Poesia

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.


Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

Eugenio Montale

Novità

Rimetto le mani sulla tastiera dopo mesi, dopo un periodo pieno e sorprendente… 

Mi è mancato scrivere, ritagliarmi un piccolo spazio tutto mio, la sera prima di andare a dormire o la mattina prima di uscire. Devo ancora imparare a gestire i nuovi tempi, i nuovi impegni e la nuova me. 

Sono stata investita da un insieme di emozioni contrastanti, sensazioni nuove e adesso guardo con occhi un po’ diversi tutt’intorno. 

Il tempo stamattina è finito, mi alzo e scappo via come spinta da una furia tutta nuova ed emozionata e anche un po’ emozionante…

Ciao tastiera, a prestissimo!

Giulia

acigarettetodie-deactivated2014
La bellezza all’Europa chi gliel’ha insegnata se non noi? Quando noi avevamo Giotto che affrescava le cattedrali loro ancora disegnavano sulle capanne coi i wurstel! Scusate ma il Rinascimento! Dov’è nato il Rinascimento? Forse a Stoccolma? Qualcuno di voi ha mai fatto sei ore di coda al Louvre per vedere il famoso sorriso enigmatico dell’aringa sotto sale? Fino a due secoli fa qualunque giovane europeo che volesse diventare un intellettuale doveva venire in Italia. Prendi Goethe […] è stato qui due anni in Italia, è rimasto incantato! […] Nel 1816 Goethe ha scritto un libro, Viaggio in Italia: settecento pagine su di noi! Dimmi te se fosse andato in Belgio cos’avrebbe scritto, un messaggino?
Maurizio Crozza (via lauranoncrede)

#2 Istantanee Di Vita

Non riusciva a smettere di correre. I vestiti fradici lo rallentavano ma non lo fermavano; i capelli, anch’essi bagnati, gli coprivano il volto; i lacci infangati lo fecero inciampare più volte, impigliandosi a tutto ciò che incontravano, quasi a voler arrestare quella corsa disperata.

Ma lui correva, correva ancora. Sembrava che il ciondolo che teneva al collo stesse aumentando di peso, la catenella stringeva sempre di più, la pressione del metallo sul petto stava diventando insopportabile: sembrava volesse perforarlo, e più imprimeva la sua forma sulla pelle, più rendeva nitidi e indelebili i ricordi legati alla persona a cui era appartenuta.

Doveva continuare a correre, ma prima si sarebbe liberato di quella collana. La strappò via con un gesto deciso e isterico, ma non ebbe il coraggio di gettarla via: la mise in tasca, come se volesse nasconderla a se stesso.

Correva ancora: invece di perdere fiato, sembrava riacquistarlo; il bruciore alle ginocchia e al gomito destro, la protesta sottoforma di dolore dei muscoli, il vento gelido che gli sferzava il volto… non si era mai sentito così vivo. Non poteva fermarsi, non ne era in grado: dal momento in cui aveva iniziato a correre, aveva smesso di pensare e non era disposto a ricominciare a farlo, non era ancora pronto; forse non lo sarebbe mai stato. Da cosa fuggiva? Un po’ da tutti, un po’ dal Mondo.

Si stava stancando, la fatica iniziava a farsi sentire davvero: accelerò il passo. Sentiva che stava per arrivare, la meta era vicina, la catarsi ultimata. Imboccò la strada di casa, riconosceva già il suo vialetto. Ora iniziava a sentire suo figlio che rideva, stava guardando il suo programma preferito; vide la sagoma della moglie che stava raggiungendo il figlio in salotto.

La corsa era finita, era pronto a riaffrontare la vita.

“Amore, sono a casa!”

Ilaria

ter-sa
A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore, ai visionari,
a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore,
a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.
A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai “vincibili” dunque, e anche
agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali,
ancora si sente invincibile.
A chi non ha paura di dire quello che pensa.
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.
A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.
A tutti i cavalieri erranti.
In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene…
a tutti i teatranti.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte  (via anatomiadellamalinconia)